Oggi viviamo un inquinamento visivo senza precedenti: siamo mediaticamente individuati come consumatori d’immagini. L’arte non è immune a questo processo e alcuni capolavori artistici sono sottoposti a sovraesposizioni visive, ai fini di vendere prodotti e generi di consumo di tutti i tipi.
A Firenze, una tra le opere più rappresentative nel campo della scultura, è il David di Michelangelo: l’opera è un simbolo del Rinascimento ed è venduta giornalmente come la maggiore attrattiva di pacchetti di agenzie abilitate allo smistamento nei musei fiorentini di flussi turistici low- cost.
Ogni giorno code interminabili e insensate si accavallano nervosamente fuori dalla Galleria dell’Accademia, individuata come il sacrario di Michelangelo (contiene, infatti, ben sette opere in marmo dell’artista) ma gli occhi distratti del turismo mordi e fuggi sono quasi esclusivamente per “il gigante”: simbolo dell’eroe, primo nudo maschile monumentale dopo l’età classica e simbolo di Firenze. Prima di entrare nel museo per vedere l’originale (quella in Piazza della Signoria è una copia), l’opera è già proposta, per strada e nei bookshop, riprodotta in souvenir di tutti i tipi nei quali il genere kitch è superato dal trash commerciale e dall’icona Pop: statuette, busti, riproduzioni con colori fluorescenti, portacenere, grembiuli, cravatte, calendari, mutande. Tutti questi prodotti, di cui la città è invasa, concorrono oggi a disgregare sistematicamente l’“aura” dell’opera” (con riferimento a W. Benjamin).
Nei secoli scorsi, il viaggiatore appassionato d’arte arrivava a Firenze preparato da letture, guide di altri viaggiatori che narravano la magnificenza del David, al massimo poteva aver visto un’ illustrazione ad incisione della scultura o un disegno di altro artista: quando si trovava di fronte all’originale, l’ampiezza del messaggio michelangiolesco, la bellezza delle forme, la sapienza tecnica, si rivelavano in una visione assoluta, compiuta, in grado di saturare i sensi e di annientare tutte le resistenze fisiche ( si verificavano fenomeni noti come la sindrome di Stendhal, o la Sindrome di Firenze). Oggi si arriva a vedere l’opera al termine di una coda faticosa e stressante che rende indigeribile qualsiasi concetto culturale, nel frattempo rattristati da ambulanti che propongono fantasiose aberrazioni di gusto, in un processo di banalizzazione gratuito e incontrollato in cui Michelangelo, o la sua frantumazione, si può comprare a pochi euro. Immaginiamo la domanda spontanea: che sarà mai quest’opera di cui tutti parlano e che ispira pubblicità di Jeans e scudetti forza-viola? Uno studio ben condotto potrebbe rilevare che i visitatori della Galleria rimangono oggi delusi dall’opera di Michelangelo, ormai un agglomerato di simboli e attributi diversi, un troppo pieno che serve da paravento per nascondere il vuoto. Il risultato è l’ illeiggibilità della forma scultorea che non parla più a nessuno se non per il sua evidenza stereotipata: sono più importanti i suoi attributi sessuali ( riprodotti in calendari e cartoline olografiche) che non la tensione neoplatonica del pensiero che l’ha prodotta. Un rovesciamento della Sindrome di Stendhal che ha prodotto la proliferazione di anticorpi contro il bello. L’affermazione più ricorrente tra le scolaresche e i giovani visitatori ora è: “Tutto qua ? mi aspettavo di piu..”
Il processo di svalutazione sistematico è legato alla sovraesposizione insensata che ha come inconsapevole e distratto obiettivo la perdita di senso dell’opera, già sofferente per la perdita del contesto storico-architettonico originale. La sua collocazione attuale, ormai storicizzata, pone la statua al vertice del percorso della galleria, posta su un una base identica a quello della Piazza della Signoria (forse disegnato da Michelangelo stesso), salvandone, almeno in parte, la corretta visione prospettica dal basso.
La città di Firenze e i suoi amministratori, non sembrano consapevoli di questa perdita di valore. L’attività della città, storicamente vocata al commercio, declina sempre di più sulla necessità di aumentare i flussi dei visitatori: nuovi ingressi per la Galleria, biglietti cumulativi, priorità per i gruppi e visite a cronometro. La galleria dell’Accademia è uno dei musei più redditizi dello stato Italiano, contribuisce a tenere in piedi a Firenze un’economia di grande indotto in termini di ricezione turistica, ristorazione e consumo. Un tipo di economia che non ha però una ricaduta proporzionata per il mondo dell’arte in generale.
Non esiste un antidoto efficace al processo descritto. Il rischio della deriva culturale è contagioso. Sono convinto che non basta sottrarre il David alla visione pubblica per vent’anni a ricostruirne l’aura. Si è avviato, purtroppo, un processo di cancrena per cui anche l’opera originale potrebbe benissimo essere sostituita da una copia e non se ne accorgerebbe nessuno.
In un’operazione recente. nell’ambito delle iniziative cittadine per l’arte contemporanea, è stato portato a sorpresa un David in marmo in piazza della Repubblica ed esposto sdraiato sul lastricato. L’intervento ha messo il dito nella piaga: è stata duplicata l’opera alla stessa misura dell’originale ma con mezzi moderni e dipingendo il risultato di acrilico nero. Un’operazione artistica nel tentativo di smuovere l’indifferenza generale.
In un articolo recente apparso sulla Nazione di Firenze del 24 Novembre 2017, la Direttrice della Galleria dell’Accademia Cecilie Holberg, ha annunciato: “Stop al mercato nero sul David…..l’opera sarà vietata per usi commerciali..Il giudice condanna i gadget abusivi ”, nell’articolo si chiarisce che i diritti di riproduzione dell’opera appartengono alla Galleria dell’Accademia, un tentativo di mettere ordine in una situazione da tempo fuori controllo.
In una recente ordinanza del Tribunale di Firenze (26/10/2017) un caso di “ Concorrenza sleale-lesione del nome dell’immagine-utilizzo illecito della figura e del nome del David di Michelangelo da parte di un’agenzia di viaggio per pubblicizzare l’attività commerciale” si legge: ….Sussiste anche la necessità di provvedere con urgenza, posto che l’uso indiscriminato dell’immagine dei beni culturali è suscettibile di svilirne la forza attrattiva.”






